Operazioni soggettivamente inesistenti: qualche (timido) elemento di riferimento sulla conoscibilità della frode dalla Cassazione.

Come sappiamo da un paio d’anni a questa parte si è consolidato l’orientamento secondo il quale nel caso si voglia recuperare l’IVA sul cessionario per l’esistenza di una frode a monte spetta all’Amministrazione l’onere di provare che una ordinaria diligenza avrebbe fatto percepire l’esistenza della anomalia nell’acquirente. La Sentenza 31 luglio 2019, n. 20587 della

Operazioni soggettivamente inesistenti: la Sezione Tributaria conferma che l’onere della prova della conoscibilità della frode da parte del cessionario grava sull’Amministrazione.

Negli ultimi due anni si è assistito ad un progressivo consolidamento, nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, del filone che vede la possibilità del recupero IVA in capo al cessionario, in caso di operazioni soggettivamente inesistenti, subordinato alla prova da parte della parte pubblica non solo della frode a monte, ma anche della conoscibilità della

Confermato l’onere della prova a carico del fisco in caso di recupero iva sul cessionario per operazioni soggettivamente inesistenti.

In tema di prova della conoscibilità (o viceversa della non possibile percezione) della frode a monte l’anno 2018 si era aperto con due ordinanze della sesta sezione (numero 3473 e numero 3474 del 13 febbraio 2018) che avevano fatto pensare ad una sostanziale inversione dell’onere della prova: in sostanza l’amministrazione sarebbe chiamata solo a provare

Operazioni soggettivamente inesistenti e onere della prova: necessaria forse un po’ di chiarezza.

Nell’ordinanza 28 maggio 2018, n. 13354 della VI Sezione della Corte di Cassazione (Pres. Cirillo, Rel. Luciotti) si torna a trattare di operazioni soggettivamente e di onere della prova della buona fede del cessionario (nel caso l’onere spetti a quest’ultimo) oppure della conoscibilità della frode (nel caso la prova debba essere a carico dell’amministrazione). Per