Ritenute d’acconto non certificate dal sostituto d’imposta: il Giudice deve valutare le prove alternative fornite dal sostituito.

“In tema di imposte sui redditi, ai fini dello scomputo della ritenuta d’acconto, l’omessa esibizione del certificato del sostituto d’imposta attestante la ritenuta operata non preclude al contribuente sostituito di provare la ritenuta stessa con mezzi equipollenti, onde evitare un duplice prelievo (cfr. Cass. sent. n. 14138/2017)”.

Con questo principio di diritto la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione nella Sentenza 17 luglio 2018, n. 18910 (Pres. Crucitti, Rel. Giudicepietro) cassa la sentenza di appello, che aveva ritenuto dovuta l’IRPEF trattenuta dal committente per carenza delle relative attestazioni e rinvia nuovamente al Giudice regionale.

Per la Corte esiste un consolidato orientamento per il quale l’inosservanza dell’obbligo del sostituto d’imposta di inviare tempestivamente la certificazione attestante le ritenute operate non toglie al contribuente sostituito il diritto di provare la reale entità della base imponibile, evitando la duplicazione di un’imposizione già scontata alla fonte (Cass. 4 agosto 1994, n. 7251). Ancor prima, la Corte ha affermato che il contribuente non può essere assoggettato di nuovo all’imposta sol perché chi ha operato la ritenuta non voglia consegnargli l’attestato da esibire al fisco (Cass. 3 luglio 1979, n. 3725).

Con riferimento a pronunce più vicine nel tempo, viene riportata una sentenza dello scorso anno per cui “La norma, attualmente vigente, dedicata allo sconputo delle ritenute d’acconto ne subordina la legittimità alla sola condizione che esse siano state «operate» (art. 22 d.P.R. 917/1986). Rileva, quindi, un fatto storico (decurtazione del corrispettivo), che, seppur viene provato tipicamente mediante la certificazione di chi ha operato la ritenuta, può essere provato con mezzi equivalenti da chi la ritenuta ha subito. Significativo appare che la stessa Agenzia delle entrate si sia infine determinata a consentire lo scomputo delle ritenute non certificate, ove il contribuente ne dia prova equivalente al certificato (risoluzione 19 marzo 2009, n. 68/E). La norma sul controllo formale delle dichiarazioni, usualmente intesa come fonte del recupero delle ritenute non certificate, deve essere integrata secondo i principi generali della prova. In altri termini, quando stabilisce che gli uffici «possono» escludere lo scomputo delle ritenute d’acconto non risultanti da certificazioni dei sostituti d’imposta, l’art. 36-ter d.P.R. 600/1973 deve essere interpretato nel senso che gli uffici finanziari (e a fortiori i giudici tributari) «possono» apprezzare anche prove diverse dal certificato, ad esso equipollenti” (Cass. sent. n. 14138/2017).

Nel caso di specie, la C.T.R. della Puglia aveva invece escluso che il contribuente potesse provare le ritenute alla fonte in modo diverso dall’esibizione della certificazione del sostituto d’imposta. Inoltre, su tale erroneo presupposto, ha omesso una valutazione complessiva della documentazione prodotta dal contribuente.

L’eccezione proposta sul punto viene quindi accolta.

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