Promotore finanziario monomandatario e studi di settore: la lettura della Cassazione.

L’Ordinanza 29 agosto 2018, n. 21295 (Pres. Petitti, Rel. Bernazzani) della V Sezione della Corte di Cassazione affronta il ricorso di un  promotore finanziario accertato sulla base degli studi di settore.

Qualche commento ha affermato, in maniera forse troppo sintetica, che secondo la Corte gli studi non troverebbero applicazione nel caso di un monomandatario che evidentemente non ha modo di non far risultare ricavi occulti, rispetto alle provvigioni ricevute dall’unico soggetto con cui collabora.

In realtà la Corte esplicita un ragionamento più tecnico. Dà preliminarmente atto che il ricorrente ha specificamente ribadito in sede di appello le circostanze già evidenziate e documentate con il ricorso interruttivo del giudizio, in relazione al fatto che il concreto svolgimento della sua attività di promotore finanziario monomandatario per conto di Banca F., in ragione delle peculiari caratteristiche del rapporto, caratterizzato da esclusività e retribuito mediante provvigioni liquidate sulla base di una percentuale predeterminata in sede di contratto ed in conformità alle risultanze dei registri obbligatori per la categoria, oltre che globalmente attestate dalla certificazione rilasciata a fine esercizio annuale dall’Istituto mandante, avrebbe reso impossibile il conseguimento di compensi non dichiarati.

I Giudici di Legittimità rilevano poi come la C.T.R.,  nell’impugnata decisione, non risulti avere in alcun modo esaminato tali profili fattuali, costituenti punto decisivo della controversia, facendo riferimento unicamente all’argomento, logicamente sottordinato ed utilizzato ai meri fini di una riduzione del quantum accertato, costituito dall’esistenza di una crisi finanziaria del settore, acuitasi a seguito degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

La conclusione è che viene rilevato il vizio di motivazione omessa o insufficiente, posto che dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerge l’obiettiva carenza di valutazione di elementi potenzialmente conducenti ad una diversa decisione.

Chiaramente le espressioni “punto decisivo della controversia” ed “elementi potenzialmente conducenti ad una diversa decisione” fanno pensare che l’eccezione del contribuente fosse centrata e ben posta. Il principio che si deve desumer, a nostro avviso, è quindi per adesso solo questo. La rilevanza delle argomentazioni sul punto. Che, qualora non elaborate, conducono a un vizio della sentenza, tale da comportarne la riforma.

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