Omesso versamento IVA: reato configurabile anche a carico del rappresentante fiscale.

Può essere imputato del reato di cui all’articolo 10-ter del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (omesso versamento iva sopra soglia) anche il rappresentante fiscale in Italia di una società estera, figura prevista oggi dall’articolo 17 terzo comma del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633.

Lo stabilisce la Sentenza  21 maggio 2015, n. 21044 della Corte di Cassazione.

Ma andiamo per ordine. La norma citata del decreto iva prevede testualmente “Nel caso in cui gli obblighi o i  diritti  derivanti  dall’applicazione delle norme in materia di imposta  sul  valore  aggiunto  sono  previsti  a carico  ovvero  a  favore  di  soggetti  non  residenti  e  senza   stabile organizzazione nel territorio dello Stato, i  medesimi  sono  adempiuti  od esercitati, nei modi  ordinari,  dagli  stessi  soggetti  direttamente,  se identificati  ai  sensi  dell’articolo  35-ter,  ovvero  tramite  un   loro rappresentante residente nel territorio dello Stato  nominato  nelle  forme previste dall’articolo  1,  comma  4,  del  decreto  del  Presidente  della Repubblica 10 novembre 1997, n. 441. Il rappresentante fiscale risponde  in solido  con  il  rappresentato  relativamente   agli   obblighi   derivanti dall’applicazione delle norme in materia di imposta sul valore aggiunto. La nomina  del  rappresentante  fiscale  è  comunicata  all’altro   contraente anteriormente all’effettuazione dell’operazione. Se gli  obblighi  derivano dall’effettuazione solo  di  operazioni  non  imponibili  di  trasporto  ed accessorie ai trasporti, gli adempimenti sono limitati all’esecuzione degli obblighi relativi alla fatturazione di cui all’articolo 21.”

 

Quindi la figura del rappresentante fiscale ha sicuramente un ruolo formale di rappresentanza nei confronti dell’amministrazione tributaria italiana. E’ anche una figura sostanzialmente rilevante nella misura in cui risponde  in solido  con  il  rappresentato  relativamente   agli   obblighi   derivanti dall’applicazione delle norme in materia di imposta sul valore aggiunto. Ma, considerato che rappresenta un soggetto che non ha organizzazione nel territorio dello stato, è configurabile addirittura un’ipotesi di reato derivante da un debito non assolto attraverso un patrimonio (quello del soggetto estero) di cui il rappresentante fiscale potrebbe anche non disporre?

Per avere una risposta occorre evidenziare un passaggio della sentenza. Testualmente:

“In maniera del tutto plausibile il Tribunale ha ipotizzato il concorso dell’U. nelle illecite attività in questione, in quanto lo stesso:

– quale rappresentante fiscale della L. srl, risulta essere il firmatario della dichiarazione dei redditi del 2010, ben conscio che la somma di poco maggiore a 37 milioni di euro doveva essere indicata in bilancio della predetta società, come voce detrattivo.

Sul punto va richiamato il principio, affermato da questa Corte ( sent. 26356/2014 ), secondo il quale sul rappresentante fiscale incombe l’obbligo, ex art. 17, d.P.R. 633/1972, di assolvere a tutti gli adempimenti previsti dalla normativa in materia di i.v.a. e in particolare al versamento della imposta. E’ indubitabile, peraltro, che il reato è configurabile anche nei confronti del rappresentante fiscale per l’Italia di società estere, in quanto questi rappresenta l’unico interlocutore, sia pure in solido, per le obbligazioni fiscali e doganali.

– l’U. ha concretamente preso parte alla operazione fraudolenta descritta al capo B) della imputazione, aiutando i R. -D.C. B. a creare la società finanziaria M.T. S.A., con cui costoro avrebbero potuto continuare a stipulare contratti derivati, c.d. F.F.A., senza rischiare la vocazione armatoriale della R.B.D. A s.p.a..”

Quindi il fatto di essere l’unico interlocutore in Italia può causare un’imputazione del rappresentante fiscale. Ma nel caso specifico egli risulta aver partecipato a una frode. E’ quest’ultimo allora l’elemento aggiuntivo che fa scattare la responsabilità penale a carico del rappresentante fiscale?

La risposta la dobbiamo attingere dalla massima richiamata ovvero la Sentenza 18 giugno 2014, n. 26356. In essa si legge che l’art. 10 ter DLgs. 74/2000 sanziona chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale. Come risulta quindi dal testo normativo la sanzione penale trova applicazione nei confronti di “chiunque”, pur essendovi obbligato, non provvede al versamento. E l’obbligo, per espresso disposto dell’art. 17 sopra richiamato, incombe indubitabilmente anche sul rappresentante fiscale, il quale deve assolvere a tutti gli adempimenti previsti dalla normativa in materia di IVA ed in particolare al versamento dell’imposta. Tanto premesso, hanno correttamente evidenziato i Giudici di merito che era irrilevante che il ricorrente non si fosse concretamente interessato alla gestione della società e che non fosse autorizzato ad operare sul conto corrente della medesima, in quanto l’assunzione di responsabilità (in solido) derivava dall’accettazione della nomina. Dalla volontaria accettazione di quella nomina scaturiscono, invero, gli obblighi di carattere fiscale di cui all’art. 17 cit. e, in caso di violazione, le conseguenze di carattere penale ex art. 10 ter cit. 4.

Quindi la responsabilità penale si ricollega alla figura formale del rappresentante fiscale in Italia indipendentemente dalla disponibilità del denaro per far fronte al versamento dell’IVA. Tutto giusto? Aspettiamo, al solito, i Vs. suggerimenti.

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