Non è causa di forza maggiore per il professionista la malattia del suo impiegato.

Abbiamo ritenuto, in passato, che la riforma degli anni ’90 delle sanzioni tributarie fosse basata su criteri penalistici per cui la sanzione avrebbe dovuto essere comminata sono in casi di condotta almeno colposa. Ci si è convinti che con lo Statuto del contribuente le violazioni che non avessero diretto riflesso sul tributo dovuto avrebbero costituito fattispecie non sanzionabile.

Ma ad oggi tutti questi tentativi di dare alle istanze di un rapporto sereno tra fisco e contribuente finalmente un esito positivo non sono evidentemente andati a buon fine. L’intervento della prassi e della giurisprudenza riducono di fatto queste minime garanzie e sovente anche il legislatore, evidentemente influenzato dall’una e dall’altra, torna sui propri passi dopo le aperture di metodo.

La Corte di Cassazione Sezione Tributaria, nell’Ordinanza 20 luglio 2018 n. 19381, (Pres. Chindemi Rel. Delli Priscoli) si occupa del caso di un ritardato invio di un Mod. 770 dovuto ad un errore bloccante che il professionista non è stato in grado di risolvere per la malattia di un dipendente.

Il principio di diritto che la Corte espone è il seguente: “In tema di sanzioni amministrative comminate – per tardiva trasmissione telematica delle dichiarazioni dei contribuenti – ad un soggetto che svolga professionalmente tale compito, grava su quest’ultimo, per poter andare esente da responsabilità, l’onere della prova di aver esercitato una adeguata diligenza la quale, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, cod. civ., deve essere caratterizzata dalla perizia, che implica che egli non possa addurre quali scusanti né la presenza di disguidi tecnici (“nella specie i cd. errori bloccanti”), in quanto rientranti fisiologicamente nella sfera di quegli inconvenienti che possono essere efficacemente superati per mezzo delle conoscenze tecniche attinenti a tale professione, né la malattia, l’infortunio o comunque l’indisposizione di un dipendente o di un qualsiasi collaboratore, in quanto circostanze ampiamente prevedibili che possono essere efficacemente prevenute con l’anticipata individuazione di un eventuale sostituto: le conseguenti sanzioni amministrative non possono essere considerate risposta a delle violazioni meramente formali (e quindi in contrasto con l’art. 10 dello Statuto dei contribuenti) perché il rispetto dei termini per la trasmissione all’Agenzia delle entrate delle dichiarazioni dei contribuenti risponde all’esigenza, costituzionalmente rilevante, di permettere un efficace e reale controllo su di esse, in conformità al principio di buon andamento e di imparzialità dell’amministrazione e funzionale sia al rispetto del principio dell’equilibrio del bilancio che di quello, a tutela dello stesso contribuente, della capacità contributiva, ossia a che non siano fatti errori circa il quantum delle imposte dovute».

Giustizia è fatta dunque. La sanzione è dovuta. In casi analoghi, dunque, il professionista che non si è organizzato bene predisponendo un sostituto immediatamente disponibile per il proprio dipendente malato ne pagherà le conseguenze sul piano del reintegro del danno. E l’Amministratore avrà cinque anni di tempo per controllare quella dichiarazione spedita in leggero ritardo. E per comminare la sanzione.

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