Limiti alle norme interne sulla prescrizione dei reati IVA in ossequio ai principi eurounitari: possibili solo per reati commessi dalla data della sentenza Taricco (8 settembre 2015) in avanti.

Limiti alle norme interne sulla prescrizione dei reati IVA in ossequio ai principi eurounitari: possibili solo per reati commessi dalla data della sentenza Taricco (8 settembre 2015) in avanti.

Per i reati tributari in materia di IVA commessi a partire dall’8 settembre 2015, ovvero dalla data della sentenza Taricco della Corte di Giustizia UE,  le norme interne sulla prescrizione sono subordinate ai principi affermati dalla Corte di Giustizia. Ma ciò non è possibile per i reati commessi anteriormente.

Lo precisa la quarta sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 17401 del 18 aprile 2018 (Pres. Piccialli, Rel. Pavich).

Segue una ricostruzione puntuale e completa delle varie fasi in cui si è dipanata la vicenda della prescrizione dei reati IVA, nel rapporto tra normativa interna e regole europee (e dunque tra giurisdizione italiana e Corte di Giustizia).

La questione della disapplicazione delle disposizioni nazionali in tema di prescrizione, con riguardo ai reati di frode fiscale e tenuto conto dell’interpretazione dell’art. 325 TFUE da parte della Corte di Lussemburgo, aveva formato infatti oggetto di questione di legittimità costituzionale sollevata dalla 3 Sezione della Corte di Cassazione con ordinanza dell’8 luglio 2016 e dalla Corte d’appello di Milano con ordinanza del 18 settembre 2015, in relazione all’art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130 (Ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona), nella parte in cui autorizza alla ratifica e rende esecutivo l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

La stessa Corte di legittimità (Sez. 4, Sentenza n. 7914 del 25/01/2016), ha affermato che, in tema di dichiarazione fraudolenta ex art. 2 D.Lgs. 10 marzo 2000 n. 74, i principi affermati dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Grande sezione, Taricco e altri (del 8 settembre 2015, C-105/14), in ordine alla possibilità di disapplicazione della disciplina della prescrizione prevista dagli artt. 160 e 161 cod. pen. se ritenuta idonea a pregiudicare gli obblighi imposti a tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea, non si applicano ai fatti già prescritti alla data di pubblicazione di tale pronuncia.

La Corte Costituzionale, con ordinanza n. 24 depositata il 26 gennaio 2017, ha disposto di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, in via pregiudiziale ai sensi e per gli effetti dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, alcune questioni di interpretazione dell’art. 325, paragrafi 1 e 2, del medesimo Trattato. In estrema sintesi, la Consulta, con l’ordinanza di che trattasi, ha prospettato alla Corte di Lussemburgo il possibile contrasto tra l’interpretazione dell’art. 325 TFUE, fornita dalla prima sentenza Taricco, e il principio di legalità penale: principio che interessa, nel diritto italiano, anche la disciplina della prescrizione (avente carattere sostanziale) ed al quale il Giudice delle leggi, com’é stato autorevolmente osservato, ha riconosciuto “un valore prevalente sulla disapplicazione delle norme del codice penale prospettata dalla prima sentenza” emessa dalla CGUE nel caso Taricco (testualmente l’ordinanza della Corte Costituzionale lo qualifica come “principio supremo dell’ordinamento, posto a presidio dei diritti inviolabili dell’individuo, per la parte in cui esige che le norme penali siano determinate e non abbiano in nessun caso portata retroattiva”).

La Corte di giustizia ha pronunziato la sua decisione con sentenza in data 5 dicembre 2017: in tale pronunzia, pur ribadendo la propria precedente interpretazione dell’art. 325 TFUE, la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto che il contrasto fra quest’ultima norma del Trattato e il diritto interno non può condurre alla disapplicazione della norma di diritto interno laddove essa “comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene”, nei suoi aspetti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività della legge penale. Un principio, questo, al quale la CGUE mostra di riconoscere piena cittadinanza anche nel diritto dell’Unione, sia con riferimento ai reati, sia con riferimento alle pene, sulla base dell’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. e delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri; e di cui viene altresì accettata l’estensione all’istituto della prescrizione, in assenza di una disciplina di tale istituto nel diritto dell’Unione (un vuoto, questo, recentemente colmato con l’adozione della direttiva n. 2017/1371 del 5 luglio 2017, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale).

All’esito di un articolato percorso argomentativo, dunque, la Corte di giustizia, pur confermando la propria interpretazione dell’art. 325 TFUE recepita nella prima sentenza Taricco, ha precisato che quanto in essa affermato non si applica ai reati commessi anteriormente alla sua emanazione.

Conseguentemente, in nome del principio di irretroattività, la prima sentenza Taricco non spiega più efficacia rispetto a tutti i reati commessi entro l’8 ottobre 2015, riguardo ai quali non può più essere prospettata la disapplicazione della disciplina nazionale in materia di prescrizione: disciplina che deve pertanto essere applicata a detti reati pur se in contrasto con il diritto europeo.

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