IVA pagata in eccesso per uno sbaglio del cedente? Non c’è diritto al recupero da parte del cessionario.

Segnaliamo la Sentenza della Corte di Cassazione del 15 maggio 2015, n. 9942 per la sua particolarità, anche se risale ad un mese fa circa. Essa ci porta ad una delle molte conclusioni che si palesano ingiuste per chi usi il metro del senso comune nel valutare una massima. Ma ovviamente questa non sarebbe una operazione giuridicamente corretta….

Il caso è quello di un soggetto che ha ricevuto delle fatture con IVA più alta di quella dovuta e che le ha regolarmente pagate. L’IVA viene versata dal cedente e l’Erario incamera un tributo più alto di quello spettante per legge (almeno con riferimento alla tabella allegata al DPR 633/72 per ciò che riguarda le aliquote IVA).

Il cessionario si accorge dell’errore e si attiva per recuperare il tributo versato in eccesso. Lo fa direttamente (anche se la sentenza non riferisce come) e non interessandone il cedente. Nei gradi di merito ottiene infine ragione rispetto alle contestazioni dell’Ufficio. Diversamente, affermano i giudici di appello si violerebbe il principio di neutralità dell’imposta e si configurerebbe un ingiustificato arricchimento per l’Erario. Alla fine pare che giustizia sia stata fatta. Lo Stato incassa il dovuto e il contribuente paga l’importo corretto. Ciò almeno sul piano sostanziale.

Tutto viene invece ribaltato in Cassazione.

E non senza motivo. I Giudici infatti, oltre che la legge, applicano anche la giurisprudenza comunitaria. E proprio una sentenza della Corte di Giustizia UE, precisamente quella del 15 marzo 2007, causa C – 35/05 ha risposto in dettaglio al quesito alla base del giudizio.  Tale dubbio era se sia compatibile con la disciplina comunitaria e, in particolare con i principi di neutralità dell’IVA, di effettività e di non discriminazione, la mancata attribuzione, nel diritto interno, al cessionario/committente che sia soggetto ad IVA, e che la legislazione nazionale considera come destinatario degli obblighi di fatturazione e di pagamento dell’imposta, di un diritto al rimborso nei confronti dell’Erario nel caso di addebito e di versamento di imposta non dovuta.

La massima della Corte UE nel 2007, in linea con precedenti pronunce (sentenza Genius Holding – 13 dicembre 1989, causa C – 342/87 – e sentenza Schmeink & Cofret e Strobel – 19 settembre 2000, causa C – 454/98-) afferma il principio secondo cui l’esercizio del diritto di detrazione è limitato soltanto alle imposte dovute, cioè a quelle che corrispondono ad un’operazione soggetta ad IVA o comunque versate in quanto dovute, posto che non è legittima la detrazione dell’imposta non corrispondente “ad un’operazione determinata, perché è più elevata di quella dovuta per legge o perché l’operazione di cui trattasi non è soggetta ad IVA”.

Quindi svanisce il principio di neutralità? No, esso è subordinato, secondo la Corte, ad una iniziativa da parte del cedente. Il cessionario al più potrà rivalersi sul cedente in sede civile, per tale mancata attivazione e per il mancato trasferimento della somma versata in eccesso.

Ma a ben leggere la sentenza del 2007 in essa c’è un’affermazione  testualmente riportato nella sentenza della Cassazione:

I principi di neutralità, effettività e non discriminazione non ostano ad una normativa nazionale secondo cui soltanto il prestatore di servizi è legittimato a chiedere il rimborso delle somme indebitamente versate alle autorità tributarie a titolo di imposta sul valore aggiunto, mentre il destinatario dei servizi può esercitare un’azione civilistica di ripetizione dell’indebito nei confronti del prestatore”.

Ma la Corte interna non finisce il paragrafo, che in realtà prosegue così: “Tuttavia, nel caso in cui il rimborso dell’imposta sul valore aggiunto divenga impossibile o eccessivamente difficile, gli Stati membri devono prevedere, in ossequio al principio di effettività, gli strumenti necessari per consentire a tale destinatario di recuperare l’imposta indebitamente fatturata”.

Secondo noi percorrere tre gradi di giudizio per avere un rimborso spettante sul piano sostanziale parrebbe configurare una qualche difficoltà di recupero dell’imposta. Tale da giustificare una soluzione diversa del problema giuridico, in assenza di strumenti più semplici di ristoro di chi ha pagato più del dovuto. E, non secondariamente, in ossequio al principio immanente della buona fede (da statuto del contribuente).

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18 Giugno 2015|Categories: News|Tags: |0 Comments