Illegittimo l’accertamento fondato sugli studi di settore e sugli esigui ricavi rispetto alla congruità.

by Luca Mariotti

L’ordinanza 4 aprile 2018 n. 8238 della V Sezione della Corte di Cassazione (Pres. Cappabianca, Rel. Greco) torna ancora una volta sul valore probatorio degli studi di settore, accogliendo sul punto una eccezione del contribuente.

Questi aveva contestato che siano gravi, precisi e concordanti gli elementi presuntivi posti a base dell’accertamento (e ritenuti congrui dalla CTP), costituiti essenzialmente dall’esiguità dei ricavi (nel caso specifico appena euro 6.562), e quindi la conseguente discrepanza con gli studi di settore, sulla scorta delle risultanze degli acquisti e delle giacenze.

La censura è stata ritenuta fondata. Per la Corte l’art. 39, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973 stabilisce che l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici purché questa siano gravi, precise e concordanti, e ciò anche nelle ipotesi, come nel caso di specie, in cui la contabilità risulti regolarmente tenuta.

Il giudice d’appello aveva considerato l’accertamento fondato in quanto “gli elementi presuntivi posti a base dell’accertamento sembrano fondarsi sulle presunzioni “gravi precise e concordanti”costituite dalla esiguità dei ricavi dichiarati dal contribuente (in appena euro 6.562) e perciò dall’entità della loro discrepanza con gli studi del settore di appartenenza”.

Il tutto veniva accompagnato da considerazioni di carattere macroeconomico e di settore decisamente generiche.

Per il Giudice di Legittimità tutto questo porta a ritenere non corrispondenti alla prescrizione della necessità di presunzioni qualificate, in base alla norma citata, gli elementi presuntivi come offerti. La sentenza di appello viene cassata con rinvio per violazione di legge, con riferimento proprio all’articolo 39, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973.

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