CORTE DI CASSAZIONE Sentenza 26 settembre 2014, n. 20414

 

Ritenuto in fatto

A seguito di notifica di invito al contraddittorio avvenuta il 13.5.04, veniva notificato, in data 30.7.04, a M.D. esercente l’attività di commercio al dettaglio di fiori, piante e sementi, un avviso di accertamento con il quale l’Amministrazione finanziaria – sulla base degli studi di settore applicabili – recuperava a tassazione i maggiori ricavi conseguiti dal medesimo. Veniva, di conseguenza rideterminato anche il maggior valore della produzione e del volume di affari realizzati, ai fini IRAP ed IVA, in relazione all’anno di imposta 1999.

L’atto impositivo veniva impugnato dal M. dinanzi alla CTP di Torino, che accoglieva il ricorso.

L’appello avverso tale pronuncia, proposto dall’Agenzia delle entrate veniva, del pari, rigettato dalla CTR del Piemonte con sentenza n. 40/12/07, depositata l’11.6.07, con la quale il giudice di seconde cure riteneva insufficiente a legittimare l’atto impositivo, poiché non particolarmente grave, il divario del 7% tra il reddito dichiarato dal M. ed il reddito accertato in base alle risultanze degli studi di settore applicabili nel caso concreto.

Per la cassazione della sentenza n. 40/12/07 ha, quindi, proposto ricorso l’Agenzia delle éntrate, affidato a due motivi. Il resistente ha replicato con controricorso.

Considerato in diritto

Con il primo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 39 d.P.R. 600/73, 62 bis e 62 sexies d.l. n.331/93, convertito nella l. n. 427/93, 2727 c.c. e 10 L. n. 146/98, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3 c.p.c.

Avrebbe, invero, errato la CTR – ad avviso della ricorrente – nel ritenere che lo scostamento dei ricavi, dichiarati dal M t dalle risultanze degli studi di settore, nella misura accertata dall’Ufficio del 7%, non fosse sufficiente a legittimare il ricorso all’accertamento induttivo-analitico ex artt. 39, co. 1, lett. d) d.P.R. 600/73 e 54 d.P.R. 633/72.

Ed infatti, a parere dell’Amministrazione finanziaria, il mero scostamento tra i ricavi o i corrispettivi dichiarati e le risultanze degli studi di settore – qualunque ne sia entità – di per sé giustificherebbe, senza necessità di ulteriori rilievi ed a prescindere

dalla percentuale di tale scostamento, l’accertamento induttivo da parte dell’Ufficio, ai sensi delle disposizioni succitate .

La censura è infondata.

Va osservato, infatti, che a norma dell’art. 62 sexies, co. 3, del d.l. n. 331/93, convertito nella L. n. 427/93 – “gli accertamenti di cui agli artt. 39, primo comma, lettera d) del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973 n. 600 (…) e dell’art. 54 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (…) possono essere fondati anche sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondata- mente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, ovvero dagli studi di settore elaborati ai sensi dell’art. 62-bis del presente decreto (id est, d.l. 331/93)”.

La disposizione succitata autorizza, pertanto, l’Ufficio finanziario, allorché ravvisi siffatte “gravi incongruenze” a procedere all’accertamento induttivo anche fuori delle ipotesi previste ed, in particolare, anche in presenza di una tenuta formalmente regolare della contabilità, e senza obbligo di ispezione dei luoghi, se non assolutamente necessaria (cfr. Cass. 5977/07; 8643/07). Ed infatti, la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore differisce dalla procedura di accertamento di cui all’art. 39 del d.P.R. n. 600/73, rispetto alla quale costituisce uno strumento alternativo disponibile per l’Amministrazione finanziaria, proprio in quanto – al contrario di questa – è del tutto indipendente dall’analisi dei risultati delle scritture contabili (Cass. 23096/12).

Ebbene, tale indirizzo – al quale si ritiene di dare continuità in questa sede – è stato, dipoi, ulteriormente ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali hanno rimarcato che, in tema di accertamento tributario, la necessità che lo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli studi di settore testimoni una “grave incongruenza”, espressamente prevista dall’art. 62-sexies del d.l. 30 agosto n. 331/93, aggiunto dalla legge di conversione n. 427/93, ai fini dell’avvio della procedura finalizzata all’accertamento, deve ritenersi implicitamente confermata, nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva, dall’art. 10, co. 1, della L. n. 146/98 (Cass.S.U. 26635/09),

Ed invero, tale più recente disposizione, pur richiamando direttamente l’art. 62- sexies cit., non contempla espressamente il requisito della gravità dello scostamento, proprio in quanto già previsto dalla norma precedente, limitandosi a statuire che “gli accertamenti basati sugli studi di settore, di cui all’articolo 62- sexies del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, sono effettuati nei confronti dei contribuenti con periodo d’imposta pari a dodici mesi e con le modalità di cui al presente articolo//.

In definitiva, dunque, la norma di cui all’art. 10 L. 146/98, opera un rinvio alla precedente disposizione di cui all’art. 62 sexies d.l. 331/93, secondo la tecnica normativa del rinvio recettizio ad una disposizione di carattere generale precedente, da parte di una norma, speciale successiva che non prevede una disciplina specifica della fattispecie da regolare. In forza di tale tipologia di rinvio, infatti, la norma, oggetto del rinvio, risulta inserita ed assorbita nella norma che lo effettua (Cass. 914/68). Sul piano strutturale, pertanto, la successiva disposizione in considerazione nel caso di specie ha recepito in toto la previsione generale di cui alla norma precedente, quanto ai presupposti in presenza dei quali è possibile il ricorso al criterio dello scostamento della dichiarazione dagli studi di settore, fornendo, per tale via, in assenza di una disciplina derogatoria specifica sul punto, una conferma della perdurante necessità che il divario tra i ricavi dichiarati dal contribuente e le risultanze degli studi dia luogo a “gravi incongruenze”

Nel caso di specie, per contro, l’Amministrazione ricorrente non deduce affatto che lo scostamento, accertato nella misura del 7%, sia da considerarsi grave in relazione alle risultanze dello studio di settore applicabile, ma si limita ad affermare che non si dovrebbe “fare questione di percentuale dello scostamento”, essendo l’accertamento induttivo legittimato dal divario in sé tra il dichiarato e le risultanze dello studio in questione, qualunque ne sia l’entità. In altri termini, la rilevanza della presunzione recata dagli studi di settore, a parere dell’Amministrazione finanziaria, non potrebbe considerarsi “limitata a scostamenti significativi”, come, invece, erroneamente ritenuto dal giudice di appello.

E tuttavia, tali argomentazioni della ricorrente – in quanto in palese contrasto con il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento suesposto – non possono essere condivise da questa Corte.

Ne discende, pertanto, che il motivo di ricorso non può che essere rigettato.

Con il secondo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate denuncia, poi, l’insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 5 c.p.c.

Si duole l’Amministrazione del fatto che la CTR non abbia esposto le ragioni per le quali ha ritenuto che il contribuente avesse puntualmente argomentato in ordine allo scostamento dei ricavi dichiarati dalle risultanze dagli studi di settore, nella misura accertata dall’ Ufficio.

Il motivo è inammissibile.

2.1. La ricorrente ha, invero, del tutto omesso di formulare un’indicazione riassuntiva e sintetica, contenente la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume contraddittoria o insufficiente, nonché le ragioni per le quali la motivazione debba considerarsi inidonea, per la sua insufficienza, a giustificare la decisione di appello. E ciò ai sensi dell’art. 366 bis, co. 2, c.p.c. (applicabile alla fattispecie ratione temporis), a tenore del quale la formulazione della censura, a norma dell’art. 360 n. 5 c.p.c. deve contenere un “momento di sintesi” omologo del quesito di diritto, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo operata dalla parte ricorrente (cfr,, ex plurimis, Cass. 8897/08; 2652/08; Cass.S.U. 11652/08; 16528/08).

2.2 Nel caso di specie, per contro, l’Agenzia delle Entrate si è limitata ad esporre le ragioni per le quali la motivazione dell’impugnata sentenza sarebbe, a suo parere, affetta dal vizio motivazionale dedotto, senza operare la sintesi richiesta dalla norma succitata.

2.3. Di conseguenza, la censura – per le ragioni suesposte – non può trovare accoglimento.

Per tutte le ragioni che precedono, pertanto, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna della ricorrente Amministrazione al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, nella misura di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in € 1.500,00, oltre ad € 200,00 per esborsi ed accessori di legge.

 

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30 Settembre 2014|Categories: News|Tags: , |0 Comments