Antieconomicità legittimante l’accertamento induttivo anche con contabilità regolare. Tutto giusto?

Antieconomicità legittimante l’accertamento induttivo anche con contabilità regolare. Tutto giusto?

Capita a volte di leggere delle sentenze che appaiono stridere rispetto ai principi dell’Ordinamento. E purtroppo può capitare anche che tali sentenze promanino dalla Corte di Cassazione.

Ovviamente tale valutazione vuol essere rispettosa al massimo della funzione e delle prerogative della Corte e non sarà certo priva di difetti.

Ma cionondimeno con spirito costruttivo vogliamo argomentare, fedeli all’iniziativa de “Il Tributo”. Con la disponibilità assoluta ad ascoltare e a pubblicare chi ci voglia smentire.

Parliamo della Sentenza 13 maggio 2015, n. 9722.

Il caso è quello di un’attività di ristorazione con contabilità formalmente regolare che viene accertata con metodo induttivo. Il contribuente denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 39 Dpr 600/73, nonché dell’art. 10 comma 4 bis L. 146/1998, dell’art. 2727 c.c., in relazione all’art. 360 n.3) epe, formulando il seguente quesito di diritto: “Dica codesta Corte se sia legittimo emettere un accertamento di tipo induttivo ex art. 39 comma 2 lett d) Dpr 600/73, in assenza di qualsivoglia contestazione circa le gravi omissioni, inesattezze ed errori richieste dalla norma nella contabilità aziendale – che dunque deve presumersi regolare ed attendibile – nonché in presenza del fatto che la società risultasse congrua e coerente ai fini degli studi di settore.”

Secondo la Corte esiste un orientamento consolidato della stessa per il quale l’accertamento induttivo del reddito è consentito, anche in presenza di scritture contabili formalmente corrette, qualora la contabilità possa essere considerata complessivamente inattendibile in quanto confliggente con regole fondamentali di ragionevolezza (Cass.n.5870/2003). In particolare, è stato affermato che, in tema di accertamento induttivo dei redditi d’impresa, consentito dall’art. 39, primo comma, lett. d) del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 sulla base del controllo delle scritture e delle registrazioni contabili, l’atto di rettifica, qualora l’ufficio abbia sufficientemente motivato, specificando gli indici di inattendibilità dei dati relativi ad alcune poste dì bilancio e dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata, è assistito da presunzione di legittimità circa l’operato degli accertatori, nel senso che null’altro l’ufficio è tenuto a provare, se non quanto emerge dal procedimento deduttivo fondato sulle risultanze esposte (Cass. 14068/2014).

Il problema che fa presumere l’inattendibilità è la modestissima redditività dell’attività, che negli anni porterebbe ad una situazione di antieconomicità. Da questa situazione di fatto la Corte ci dice che: “nel giudizio tributario, una volta contestata dall’erario l’antieconomicità di un comportamento posto in essere dal contribuente, poiché contrario ai canoni dell’economia, incombe sul medesimo l’onere di fornire, al riguardo, le necessarie spiegazioni, essendo – in difetto – pienamente legittimo il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’amministrazione, ai sensi degli artt. 39 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 54 del d.P.R. n. 633 del 1972 (Cass. 6918/2013)”.

Quindi la contabilità non conta e l’antieconomicità va confutata con prove. Non si capisce tuttavia quali possano essere.

Ma c’è dell’altro.

Uno degli avventori aveva dichiarato in fase di verifica “a sensazione” che il ricarico ai tavoli per il 2003 fosse stato più o meno pari a una certa percentuale. Tale percentuale viene quindi utilizzata per tutti gli anni, anche per i successivi, per determinare la base imponibile presunta.

Il contribuente pone allora un problema di presunzione a catena per le annualità successive. Ma la Corte supera anche questo: “Non è peraltro ravvisabile, nel merito» la c.d. doppia presunzione (cd. “praesumptio de praesumpto”) che attiene esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice (Cass. 17953/2013). Nel caso di specie, secondo quanto risulta dallo stesso ricorso del contribuente, il maggior reddito risulta determinato sulla base della percentuale di incidenza del servizio al tavolo ( in misura del 29,78%) sull’ammontare complessivo delle consumazioni, elemento che non è presuntivo ma risulta riconducibile a quanto riferito da uno dei soci della contribuente”.

Quindi aver indicato una percentuale in modo presuntivo rende questa indicazione un fatto noto da cui derivare la presunzione del fatto ignoto. Ovvero il ricarico per gli anni successivi.

Rimangono al termine della vicenda alcune domande. Come può dirsi attuato l’art. 24 della Costituzione in casi come questo visto che ogni elemento che il contribuente può fornire (scritture contabili in primis) non è valutato? Come può un accertamento basato su ipotesi (la necessaria redditività in termini di solo conto economico di un’attività, quando le variabili possono essere altre) ed indizi (tra cui una dichiarazione “a sensazione”) fornire la prova della pretesa tributaria? Perché il contribuente che non guadagna si deve preoccupare anche di spiegare al Fisco il perché? E davvero una bassa redditività inverte l’onere della prova, anche se la Legge non lo prevede (e siamo in un contesto regolato dall’art. 23 Cost.)? Esiste nel nostro ordinamento un preciso dovere di produrre ricavi maggiori dei costi, visto che la costruzione di cui si legge sembra delineare una presunzione pressoché assoluta di redditività?

Insomma talvolta con le presunzioni si può davvero esagerare. Concordiamo con chi dal lato della politica ha prospettato la necessità di un intervento legislativo che ripristini un minimo di certezza del diritto in questo specifico contesto.

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