Ancora una sentenza del 2018 ben argomentata in teme di inerenza e antieconomicità (stavolta in ambito IVA).

In materia di Iva l’onere probatorio dell’Amministrazione finanziaria, che intenda contestare la mancanza di inerenza delle operazioni compiute e fatturate dal contribuente, è, per questo profilo, aggravato, non assumendo di per sé rilievo la mera sproporzione o l’incongruenza tra costo e valore del bene o del servizio se non quando tale antieconomicità risulti, alla luce di una complessiva valutazione, macroscopica, ossia del tutto evidente (accertamento questo che compete al giudice di merito), sì da far ritenere, in termini rivelatori e indiziari, l’operazione – al di là delle ipotesi di frode od inesistenza – non correlata all’attività d’impresa.

Lo afferma la Sezione Tributaria della Corte di Cassazione nella sentenza 17 luglio 2018, n. 18904 (Pres. Virgilio, Rel. Fuochi Tinarelli), molto argomentata e che consigliamo vivamente di leggere.

La Corte, ripercorsi i legami tra il concetto di inerenza e quello di economicità (o di antieconomicità) delle operazioni aziendali, riporta alcune pronunce del 2018 (in parte da noi già segnalate) che delineano una lettura qualitativa e non quantitativa del concetto di inerenza.

I Giudici della quinta sezione ribadiscono poi alcuni utili principi di diritto, in materia sia di imposte dirette che di IVA:

«il principio di inerenza dei costi deducibili si ricava dalla nozione di reddito d’impresa ed esprime una correlazione tra costi ed attività d’impresa in concreto esercitata, traducendosi in un giudizio di carattere qualitativo, che prescinde, in sé, da valutazioni di tipo utilitaristico o quantitativo» «la prova dell’inerenza di un costo quale atto d’impresa, ossia dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe sul contribuente in quanto tenuto a provare l’imponibile maturato»

«in tema di imposte dirette, l’Amministrazione finanziaria, nel negare l’inerenza di un costo per mancanza, insufficienza od inadeguatezza degli elementi dedotti dal contribuente ovvero a fronte di circostanze di fatto tali da inficiarne la validità o la rilevanza, può contestare l’incongruità e l’antieconomicità della spesa, che assumono rilievo, sul piano probatorio, come indici sintomatici della carenza di inerenza pur non identificandosi in essa; in tal caso è onere del contribuente dimostrare la regolarità delle operazioni in relazione allo svolgimento dell’attività d’impresa e alle scelte imprenditoriali»

«in tema di Iva, l’inerenza del costo non può essere esclusa in base ad un giudizio di congruità della spesa, salvo che l’Amministrazione finanziaria ne dimostri la macroscopica antieconomicità ed essa rilevi quale indizio dell’assenza di connessione tra costo ed l’attività d’impresa».

Nel caso specifico la sentenza di appello, pur non adeguata evidentemente ai più recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità, aveva comunque espresso un giudizio motivato, non fondato tanto o solo su fattori di tipo quantitativo ma ha avuto carattere concretamente qualitativo poiché – in piena corrispondenza ai principi sopra affermati – ha posto in evidenza la sostanziale alterità della spesa, non correlata all’attività d’impresa ma a finalità ulteriori, di cui l’evidente antieconomicità costituiva ulteriore e significativo indice rivelatore della mancanza di inerenza.

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